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Maria Pia Buracchini

La Comunicazione efficace

16 Gennaio, 2017  |  Comunicazione  |  

Premessa

Nella comunicazione interpersonale assume grande rilevanza la cosiddetta teoria transazionale, elaborata da Eric Berne, il quale afferma che nella personalità individuale coesistono tre stati dell’Io diversi, e precisamente il bambino, il genitore e l’adulto.

Lo stato dell’Io bambino è ciò che resta in noi del bambino che siamo stati, con tutte le sedimentazioni emotive della prima infanzia e la registrazione delle relazioni sentimentali agli stimoli esterni, cioè i rapporti affettivi con le persone e con gli oggetti. Infatti, il bambino esprime la sua soddisfazione o insoddisfazione verso una persona o un oggetto, intrattenendola e memorizzandola come valore positivo o negativo. È il prodotto della vita sentita, che si può esplicitare in creatività e fantasia, ed inversamente in frustrazione e senso di colpa. Questo stato si ritrova anche nella personalità dell’individuo adulto e costituisce elemento positivo quando l’espressione dei sentimenti è il modo di manifestarsi agli altri, con la semplicità e la spontaneità del bambino. In certi momenti della relazione questi aspetti della personalità devono emergere e sono di vitale importanza nei rapporti di coppia e nella dinamica di gruppo.

La tav.1 mostra quali sono gli elementi positivi del bambino definito libero e quali quelle del bambino che ha subito frustrazioni e sensi di colpa e si è adattato alla situazione, diventando o ribelle o sottomesso o sempre in cerca di giustificazioni al proprio operato.

Nella relazione la componente BAMBINO manifesta o il desiderio di “carezze” (lodi, espressioni di stima e fiducia incondizionata) o le rifiuta (è in difficoltà di fronte ad una lode o a un complimento). Inoltre interrompe la comunicazione sul piano adulto quando si sente troppo responsabilizzato. È un emotivo anche nei gesti, nel tono di voce, nell’espressione del volto e manifesta chiaramente un forte bisogno di attenzione.

La tav.2 mostra le funzioni della componente GENITORE, cioè ciò che riproduce gli stati dell’Io dei propri genitori o di coloro che hanno esercitato un’influenza importante nella nostra vita. In esso si trova la vita insegnata in forma di norme, pregiudizi e dogmi (dimensione affettiva) e in forma di consiglio, aiuto, protezione guida e sostegno (nella dimensione affettiva).

La componente GENITORE è quella che esprime giudizi, fa divieti, formula pregiudizi, porge aiuto e sostegno. Il genitore è diverso in ciascuna persona, il suo tono è prevalentemente moralizzante, critico repressivo o preoccupato, sollecito, affettuoso a seconda dei casi e delle occasioni.

La tav.3 mostra le funzioni della componente ADULTO, orientato in modo autonomo verso l’apprezzamento obiettivo della realtà. Rappresenta la registrazione dei dati acquisiti e verificati a mezzo ricerca, sperimentazione e scelta autonoma dell’individuo. In esso si trovano gli elaborati della vita pensata, che sono i prodotti del ragionamento. Si definisce anche come stato dell’Io razionale e si esteriorizza in comportamento socializzato.

In sintesi, il genitore che è in noi guida e protegge ( è la parte morale), l’adulto, analizza, confronta, decide (è la parte intellettiva), il bambino esprime bisogni e desideri (è la parte emozionale).

È importante che le tre parti siano presenti in equilibrio e in egual misura, senza che l’una prevalga sull’altra.

Pensiamo, ad esempio, se nella personalità venisse bloccata la componente genitore: il comportamento derivante sarebbe quello del rifiuto dell’autorità e delle norme e atteggiamento di ribellione.

O se si bloccasse il bambino che è in noi, ci sarebbe rifiuto delle emozioni, della creatività, della fantasia, dando eccessiva importanza al conformismo, alle norme e alla razionalità eccessiva. Tanto più se si bloccasse la parte adulta, ci sarebbe dipendenza estrema, mancanza di capacità di analisi critica, amplificando il comportamento emotivo a danno e scapito di quello razionale.

La capacità del comunicatore consiste nel saper riconoscere gli eventuali stati dell’Io, a partire dal proprio, per facilitare lo scambio positivo delle informazioni, la veicolazione dei contenuti, l’accettazione dell’altro, evitando di farsi condizionare negativamente da quei fattori squisitamente soggettivi e che generano simpatia o antipatia, accettazione o rifiuto, cioè preparano il terreno per l’intesa o per lo scontro nello scambio transazionale.

Harris nel suo libro “Io sono OK, tu sei OK”, consiglia alcune semplici norme da tenere presenti a questo scopo:

- Imparare a conoscere il proprio bambino, le sue debolezze, le sue paure, le principali forme di espressione di questi sentimenti.

- Imparare a conoscere il proprio genitore, i suoi consigli, i suoi imperativi, le sue posizioni e le principali forme per esprimerli (assai spesso questo rappresenta il quadro di riferimento dei valori).

- Essere sensibile al Bambino degli altri, parlare a questo Bambino, carezzarlo, proteggerlo e apprezzare il suo bisogno di espressione creativa, così come il peso delle sue frustrazioni e contraddizioni.

- Contare “fino a dieci” se necessario prima di rispondere, al fine di dare all’Adulto il tempo necessario di utilizzare i dati, che arrivano al cervello per separare il Genitore i il Bambino dalla realtà.

- Astenersi, se non si è sicuri. Non si può essere criticati per quello che non si è detto.

E infine ricordarsi che per stabilire una buona comunicazione, si deve evitare di esprimere giudizi, formulare critiche ed offrire consigli, ma che è necessario gettare un ponte verso i propri interlocutori cercando di comprendere e di farsi comprendere dagli altri: questo avviene se la componente razionale dell'Adulto è in grado di controllare e integrare, in un comportamento socializzante, quanto vi è di bambino e di genitore dentro la nostra personalità.

La comunicazione efficace

Per un operatore di CAV, MPV, e Case di accoglienza è di vitale importanza migliorare e rendere sempre più efficace il proprio modo di comunicare vita. Infatti “comunicare vita” vuol dire essenzialmente non solo dare un “messaggio nuovo” ma riuscire a “mettere in comune” con gli altri ciò che è nostro e cioè la passione per la vita. Per questo dovremmo recuperare un po’ di quella spontaneità e semplicità che contraddistingue il bambino, che si rapporta al mondo circostante, in maniera curiosa e creativa, ma soprattutto utilizzando il suo cuore. Non così fa “l’adulto” che utilizza, nell’approccio con l’altro, prevalentemente la ragione, cioè un modello razionale di relazione interpersonale, più attento al risultato e agli obiettivi da raggiungere, che a stabilire un contatto empatico con l’altro. Questo contatto permette di dare consigli, fornire sostegno e protezione e portare aiuto, cioè esprimere la parte affettiva del modello educativo posseduto.

Chiaramente, quando comunichiamo, tutte e tre le componenti che coesistono nella nostra personalità (bambino, genitore, adulto) devono interagire fra di loro per consentire un vero rapporto interpersonale. Quando comunichiamo è importante essere brevi e non ripetitivi e utilizzare di volta in volta un linguaggio verbale (parole ecc.) e non verbale (gesti, espressione, tono, postura ecc.) adeguato a chi ci sta di fronte.

L’influenzamento nella comunicazione è reciproco e spesso esprimiamo atteggiamenti di rifiuto o disconferma senza neppure essere consapevoli. In un processo di comunicazione la relazione può essere simmetrica o complementare. È simmetrica quando ci si rapporta alla pari (per es. fra membri di uno stesso gruppo) e complementare quando esistono due ruoli diversi: il primo rappresenta il capo o l’esperto, il secondo la persona dipendente o bisognosa di un servizio o di aiuto. Esiste una sorta di distanza fra loro, una che deve comunque essere colmata da quella relazione complementare (entrambi hanno a cuore un obiettivo comune), che li unisce e li collega verso un risultato positivo. Questo si verifica nel rapporto dell’operatrice con la madre che si presenta al CAV. La sua figura è un punto di riferimento, sta più in alto ma non con distanza, solo nella ricchezza di valori e di esperienza, e si rapporta in maniera empatica e accogliente alla madre, per risolvere le difficoltà che ella incontra di fronte ad un eventuale gravidanza.

Nel rapportarsi a lei l’operatrice manifesta non solo dei contenuti ma soprattutto una relazione che è fatta di “ascolto” comprensivo e una capacità di osservazione, che diventano fondamentali nel colloquio di aiuto per:

- Comprendere l’altro nel suo linguaggio

- Pensare con le sue parole

- Scoprire il suo universo soggettivo

- Capire i significati che la situazione ha per la donna

L’atteggiamento corretto dell’operatrice CAV è quello dell’accoglienza e non dell’iniziativa. Accoglienza significa mettere a “suo agio” la persona assistita come si accoglie un invitato. Iniziativa significa forzare l’altro nell’obbligo di rispondere alle domande e di reagire.

Accogliere significa anche essere centrati su ciò che è vissuto dalla persona e non solo sui fatti che racconta, cioè il suo modo di sentire le cose, le persone, i fatti. Inoltre l’atteggiamento dell’operatrice durante il colloquio non è mai giudicante (né critiche o colpevolizzazioni), ma la disponibilità e l’interesse sincero, unito all’incoraggiamento continuo fanno si che la madre si esprima in maniera spontanea.

Si instaura, così, nel rapporto interpersonale piena fiducia, nonché senso di affidamento e sicurezza, che diviene reciprocità condivisa, empatia e graduale avvicinamento e compartecipazione ai problemi messi in campo e che sempre possono trovare una soluzione positiva. In ballo c’è una vita da salvare: il compito è arduo e di grande rilevanza professionale.